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Lo sconto sul gasolio lo finanzia l'IVA del pieno

22 settembre 2026

Dunque, il gasolio. Ieri, dati del Ministero: 2,335 euro al litro al self. Quello dei furgoni, dei camion e delle macchine aziendali: di quelli che si muovono per lavorare.

Lo Stato è intervenuto, per carità. Ha tagliato l'accisa di 12,2 centesimi al litro: otto giorni pieni, poi altri dieci a metà. Diciotto giorni in tutto, dal 18 settembre al 5 ottobre. E dal 5 ottobre non si torna indietro: parte un'altra cosa, che si chiama meccanismo delle «accise mobili». Teniamola lì un attimo, perché è quella che vale il biglietto.

Adesso la moltiplicazione, che è l'unica cosa che smonta gli annunci. Un furgone che gira tutto l'anno si beve tremila litri. Su tutti i diciotto giorni dello sconto restano in tasca tredici euro. Non al giorno: tredici euro in tutto, per l'intera durata del provvedimento. E lordi. Tredici euro, quando il pieno di quel furgone ne costa centosessanta.

Ma non è questa la parte grossa. La parte grossa è da dove escono quei tredici euro.

Le accise mobili funzionano così. Sul gasolio si paga l'IVA, che è una percentuale sul prezzo. Quindi, quando il gasolio rincara, l'IVA versata cresce da sola: più cara è la pompa, più soldi di IVA entrano allo Stato. Non perché lo Stato abbia fatto qualcosa — perché alla pompa si è pagato di più.

Quel gettito in più l'ha messo chi ha fatto il pieno. Litro per litro, bestemmiando davanti al display.

E qui la faccenda diventa più sottile di come la raccontano. L'azienda l'IVA sul gasolio la paga eccome, alla pompa, subito: poi però la scarica da quella che deve versare all'Erario. Esce e rientra, è cassa, non è un costo. Allo Stato quei soldi non restano. Restano solo quelli di chi l'IVA non la può scaricare: le famiglie. L'auto di casa alla domenica, e chiunque ogni mattina metta in moto per andare a lavorare.

Poi la legge dice che quei soldi lì tornano indietro sotto forma di accisa più bassa.

Da rileggere piano: viene restituita una parte di quello che è appena stato pagato in più, e la chiamano sconto. Lo Stato non ci mette un euro suo: ridà un pezzo di quello che ha appena incassato in più. E dal 5 ottobre non è nemmeno più un provvedimento a tempo, con la sua scadenza e il suo decreto. È il sistema: parte da solo, in automatico, ogni volta che il prezzo sale.

Per chi ha l'azienda c'è un passaggio in più. I tredici euro del furgone li ha finanziati il pieno dell'auto di casa, quella con cui si portano i figli a scuola. Impresa e famiglia sono la stessa tasca: lo sa anche chi scrive i decreti.

Provare a farlo con un cliente, per vedere l'effetto: alzargli il listino, incassare di più, e con una parte di quel di più fargli una promozione a tempo. Da guardare che faccia fa.

E però, mentre ci si indigna, vale la pena ricordare che dall'altra parte del tavolo il conto lo sanno fare. Quando un cliente chiede uno sconto del tre per cento e sembra una sciocchezza, lui ha già moltiplicato per i pezzi di un anno.

Chi lo chiede, il conto, se lo fa prima di chiedere. Chi lo annuncia conta sul fatto che nessuno lo faccia.

Il presente articolo nasce da un fatto di cronaca apparso su ANSA.

Scritto dal Dott. Flavio Marzani, fondatore di www.fmstudioconsulenza.it

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